“Ho posato le prime pietre di Anffas Macerata” – Intervista a Pietro Romagnoli

Marzo e Aprile sono stati mesi intensi per Anffas Macerata (vedi gli articoli “Rufa per il calendario Anffas”, “Quando cresce un amore” e “Buon compleanno Anffas!”).

Il mese di Maggio si apre con un’intervista a Pietro Romagnoli, ultranovantenne accompagnato dalla figlia maggiore Simonetta, che è fra i primi organizzatori di ciò che oggi, dopo 51 anni, è possibile guardare e vivere nella sede Anffas di Macerata.

“Vede signorina(!) – esordisce – non si può ricordare tutto. Ne abbiamo fatte di cose. La storia di questa sede di Anffas è nata cominciando piano piano.”

Come si è avvicinato alla nascita di Anffas a Macerata?
“In Anffas avevo una delle due mie figlie, Rosella, che è mancata il 25 aprile 2015, a cinquantanove anni.

Cosa aveva?
“È nata in “quelle condizioni” come conseguenza di un incidente domestico.”

Cosa è accaduto?
“Mia moglie stava stirando sopra al tavolo, era in attesa della secondogenita. Il ferro era nuovo. Non si sa come c’è stato un contatto sbagliato e mia moglie ha preso una forte scossa elettrica. È rimasta attaccata al ferro, la corrente le è passata da una mano all’altra poi è riuscita a staccarsi lanciandolo ed è svenuta. Il tutto sotto gli occhi di Simonetta che aveva due anni e che tutt’ora ricorda perfino come erano vestite lei e la sua mamma. Era il 1955. Mia moglie ha tenuto la bambina in grembo ancora per ben venti giorni, perché dall’ospedale di Macerata, dove siamo andati subito dopo l’incidente, l’hanno rimandata a casa, tanto che quando Rosella è nata sembrava cotta. Quando le andavamo a togliere le fasce per cambiarla le si staccava la pelle. Mia figlia era una disabile intellettiva.”

Ricorda in che modo ha preso parte alla costituzione di Anffas Macerata?
“Ricordo che se ne iniziò ad occupare una signora, originaria di Roma, che si era trasferita qui e che aveva un figlio o una figlia disabile. Abbiamo iniziato a partecipare a delle riunioni fiume per dar forma al nulla, in una specie di capanna, per organizzare qualcosa e per darci i vari compiti. Io dovevo andare in giro a chiedere sussidi e passo dopo passo si è arrivati qui.”

Il suo sguardo è ricco di orgoglio mentre con la mano mostra il luogo che una volta era solo un piccolo locale. La sua soddisfazione è alimentata anche dal fatto che, oltre a partecipare alle riunioni, il signor Pietro ha posato, nel vero senso della parola, le prime pietre (il suo nome prometteva bene) della sede di Anffas in quanto di mestiere era muratore e ha contribuito a realizzare alcune aree della sede.

“Ho costruito – dice sorridendo – questa parte di Anffas, la più vecchia.”

Sua figlia Rosella ha avuto una grande voglia di vivere?
“Sì, da quando è nata ha avuto problemi seri e moltissime complicazioni. Tra le tantissime complicazioni da piccola ha contratto una polmonite bilaterale ed è rimasta in coma per tre giorni. Stava così male che anche i medici non le facevano nulla perché dicevano che non ce la poteva fare. Allora ho deciso di portarla a casa perché se doveva morire doveva farlo in mezzo alla sua famiglia. Dopo tre giorni e tre notti si è svegliata e le prime parole sono state “Mamma, ho fame” e in realtà è stata una persona di grande appetito per tutta la sua vita. A volte sembrava che non ce la facesse ma è vissuta fino a quasi sessant’anni. Io e mia figlia Simonetta diciamo sempre che è venuta al mondo per insegnarci qualcosa e così è stato.”

Se non ci fosse stata Anffas?
“Allora c’era il nulla, il vuoto. Mia figlia è venuta qui quando era grandicella e si è trovata molto bene. Durante le ischemie transitorie che aveva, dopo appena due giorni voleva assolutamente tornare qui dove stava dalle 9,30 alle 15 circa, dal lunedì al venerdì. Da quando è stata ospitata in Anffas per la prima volta non è mai andata via. Si trovava davvero bene.”

Testi e foto di Paola Olmi
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